“Per mio padre Marengo era l’Italia restituita a se stessa; c’era l’Italia finalmente liberata dal giogo germanico, dominio sopportato troppo a lungo nella vergogna e nel dolore”. Il mecenate Giovanni Antonio Delavo (1806 – 1899) chiariva così l’idea di costruire il monumento per insediare il museo dedicato alla battaglia di Marengo e celebrare gli avi estimatori napoleonici irriducibili. L’ouverture (14 giugno 1847) è stata elusa dal poeta Alessandro Manzoni (autore dell’ode Il cinque maggio) costretto a Milano (Impero austriaco, 1804 – 1867).
L’aneddoto emerso dalla realtà originale scrutata sul sito eletto apre la scelta alla voce dissimile dal bollettino ufficiale di 10mila vittime (caduti e feriti) censite a Marengo. L’analisi espansa dalla varietà di angoli visuali contribuisce a ridurre la mistificazione cioè l’insieme di falsità minuscole oggi gonfiate dall’abuso corrotto d’intelligenza artificiale. La guerra definita dalla violenza armata cioè il fenomeno sociale più fruito per risolvere le liti internazionali resiste sull’arco di 5000 anni insieme allo Stato (l’organizzazione politico-giuridica per la comunità stanziata sul territorio): la proliferazione sul globo terracqueo è proseguita per salire al top all’ultima guerra mondiale.
La catena di comando efficace è stata decisiva per il trionfo storico di Napoleone a Marengo iscritto alla fortuna dalla voce più diffusa.
La pace è la base alla Convenzione di Alessandria (15 giugno 1800) decisa dal leader còrso commosso dal macello reduce alla battaglia.
La Pace per il mondo è stata invocata all’Angelus recitato dal Papa Francesco alla cattedrale Santa Maria Assunta di Ajaccio: la Santa Messa è stata presieduta (15 dicembre 2024) dal Pontefice salito sul palco attiguo alla statua di Napoleone basata alla piazza Austerlitz.
La narrazione è notevole per colpire il cuore e ridestare la speranza e la fraternità o esacerbare il pregiudizio: la comunicazione di verità discoste riesce a scuotere la coscienza civica e progredire la società.
”Maestro, dove dimori? Venite e vedrete” rispose Gesù ai discepoli (Gv 1,38-39): la comunicazione immediata di Saulo e Cristo risorto è stata la culla per la conversione compiuta sulla strada di Damasco.
L’analisi di Papa Francesco diffusa ai giornalisti e ai comunicatori riuniti all’aula Paolo VI al Giubileo della comunicazione (sabato 25 gennaio 2025) esalta l’urgenza di vivere la verità per raccontare la speranza cioè scorgere le gemme spuntate dal suolo incenerito per seminare quesiti e congiungere la realtà oggettiva al destino: così la comunicazione è divina per convincere il giornalista a proseguire la ”buona battaglia” (seconda lettera di Paolo a Timoteo 4,7) di Saulo.
L’attitudine a udire è la peculiarità di giornalisti vocati a disporre le parole e le immagini per testimoniare il bene e il male. La libertà è il coraggio (dal latino “cor habeo” cioè “avere cuore”) di scegliere la speranza per sorpassare l’odio. Il coraggio è l’energia emersa dal cuore per sfidare la paura. La sinergia di cuori illuminati è cruciale per promuovere il pensiero critico e rimuovere la subordinazione al social media. L’alfabetizzazione mediatica è funzionale per esortare a vivere la storia di speranza narrata per promuovere la convivenza.
